“Innesti” – testo critico a cura di Gianluca Marziani

INNESTI

Gianluca Marziani

Avvicinare lo sguardo, portandolo a stretto contatto con le forme silenziose.

Sfiorare la consistenza ed il colore degli elementi fisici.

Sentire l’odore della natura che si mostra nei suoi verdi ammalianti, intensi, plausibili…

L’occhio di DAVIDE SEBASTIAN ha un obiettivo coerente che sceglie foglie, rami, arbusti e quanto compone lo scheletro della flora nell’ecosistema terreste.

Nei quadri, sia chiaro, non ritrovi gli interessi tassonomici da floricoltore maniacale. L’artista è consapevole del proprio relativismo (e del proprio status creativo, l’unico che permette di reinventare il mondo a tuo piacimento) davanti alla complessità della natura. Evita di attenersi ad indagini scientifiche, né indica note didascaliche lungo i suoi percorsi visivi. Al contrario, seleziona elementi che rispondono a muscolature plastiche, volumi fisici, impatti architettonici della composizione organica. Si tratta di pezzi reali che non ci delucidano sul tipo di famiglia e specie botanica. Senza disvelarci la loro storia, occupano l’immagine in maniera propulsiva, spingendo fisicamente verso alcuni lati dell’opera, quasi a fuoriuscire come corpi che rincorrono ossigeno e cielo. L’atmosfera del quadro diventa emozionale, tattilmente stuzzicante, sospesa in un limbo che vorremmo annusare, tastare, carezzando quei frammenti piegati verso il vento. Eccola, la natura ingrandita che si disvela, improvvisa ma catartica, nella sua energia rigenerante. Eccoci, piccoli umani in cerca di nozioni e nuovi rischi, sempre più invadenti davanti al timido orgoglio dell’universo vegetale.

Mentre avviciniamo lo sguardo qualcosa ribalta la nostra percezione del vero.

Osserviamo la composizione quando certi elementi vetrosi si stagliano nel verde rilassante delle forme. A distanza sembrano grandi gocce di rugiada, talvolta le lumache che si arrampicano sui rami, oppure strani animaletti da foreste tropicali o profondità marine. Invece capisci che qualcosa di anomalo sta accadendo sopra la natura vegetale. Spuntano innesti artificiali nella statica mollezza delle piante. Protuberanze trasparenti che pungono la pelle verde e restano fisse, sospese in quest’atmosfera senza apparenti disagi. Il mondo della chimica entra così nello scenario silenzioso per stendere un SOTTILE ALLARME negli scorci visuali. Il vetro delle provette punge le piante in modo falsamente empatico, dimostrando la presenza violenta di un gesto umano: forse l’esperimento di qualche pazzo da laboratorio, forse il pragmatismo temerario della scienza consapevole, forse il risultato di evoluzionismi a noi ignoti. Viene da dire: chissà, boh, forse… finchè un ulteriore spiazzamento si para davanti agli occhi: una boccetta di adrenalina, concreta e reale, che immette il primo segno di una sperimentazione riconducibile al vero. In realtà l’adrenalina si mescola agli innesti indefinibili (quei frammenti con piccoli rigonfiamenti, beccucci acuminati, forme ossute) e rinsalda la nostra titubanza tra cosa potrebbe o dovrebbe accadere in un futuro ormai presente. Il carico adrenalinico simboleggia la minaccia ambiziosa e anabolizzata, lo sterile delirio d’onnipotenza di alcuni, fino a ridarci la visionaria idea di una Terra senza vita umana. Un luogo oggi filmico (domani chissà) dove le piante potrebbero mutare in modo insospettabile e contaminato, metabolizzando le protesi spurie (le provette come qualsiasi oggetto disperso) di un paesaggio del trash globale.

Si vola coi propri pensieri, immaginando nuove ipotesi sopra la pelle dell’apparenza. Lo fai osservando meglio le opere, finchè capisci che i fondali hanno tonalità complementari rispetto ai verdi degli elementi. Il contesto avvolge la pianta senza evocare ambientazioni esterne. Vedi soltanto la messa a fuoco su un microcosmo che cresce e diventa la pura astrazione di una realtà attorno a noi. A conferma che serve lo SPIAZZAMENTO VISUALE per ricordarci le cose più ovvie, spesso così diffuse da mimetizzarsi nel flusso del quotidiano.

Soffermarsi su una foglia, mapparla nelle sue venature regolari, seguirne la linea dorsale: significa indagare meglio noi stessi, l’entropia che regola l’universo vivo, il rapporto di scambio tra umani, animali e vegetali. Una foglia racconta la lunga mitologia della sopravvivenza, la continua modifica strutturale della propria identità cellulare, come se il sogno della lunga vita si riconducesse ai fragili eppure resistenti elementi vegetali.

Continuando ad osservare con la sensibilità dei “giusti”, alcune luci irreali si mostrano allo sguardo ormai avvinto. Gli innesti paiono avvolti da atmosfere aliene in cui non risali alla fonte luminosa. Il vetro riflette l’ambiguità del dubbio e sintetizza, in un elemento che diventa centrale, la personalità del progetto. Il contrasto tra natura ed artificio esemplifica una riflessione eticamente sensibile: l’apparente perfezione del vetro, “invadendo” l’apparente disordine carnoso delle piante, crea l’icona universale che sottolinea il dilemma della specie umana. Fare o non fare, toccare oppure no, contaminare senza remore o fermarsi al primo segno anomalo: il dubbio assale l’umanità ogni giorno, scivola tra prosa quotidiana ed utopia, regolando la sopravvivenza tramite la paura del disastro.

Le foglie diventano una geografia paleolitica dove ogni piega segna le rughe della memoria atavica. La natura dimostra la sua complessità cellulare, evocando frammenti che contengono la storia della specie umana, del paesaggio in continua mutazione, del mondo brado che progredisce per poi rivoltarsi nella sua necessaria involuzione. Indagando il mondo esterno scopriremo che la memoria millenaristica si ritrova sopra le pelli di animali e piante. Serpenti, rinoceronti, iguane, elefanti, tartarughe… fino alla miriade di presenze vegetali che regolano l’andamento globale del pianeta. Per tale ragione le immagini di D.S. non si limitano alla precisione compositiva dell’atmosfera estetica. Di fatto, quel mondo silente ci ricorda chi siamo e dove potremmo deragliare. Le opere si tramutano in piccole luci lampeggianti che ci allarmano sulle conseguenze del delirio tecnologico. Le innocenti piante stanno lì, fissamente galleggianti dentro le stampe fotografiche dai puliti, quasi invisibili ritocchi digitali. Rigogliose o ascetiche, rigide o molli, le presenze in scena recitano la loro natura primaria.

Sono il nostro doppio gemellare e ritraggono il conflitto tra istinto e ragione.

La qualità tecnologica, a proposito di valenze formali che esprimono l’idea, delinea una giusta iconografia compositiva. Queste NATURE CONTAMINATE restituiscono frammenti essenziali, sempre al delicato confine tra oggettività fotografica e modulazioni pittoriche delle forme. Talvolta si uniscono elementi vegetali tra loro inconciliabili ma il risultato non cambia. Le nature di D.S. pongono utili interrogativi attraverso immagini fotografiche che subiscono adeguati passaggi elettronici. L’artista scatta fotografie per ingrandire dettagli minimi e zone quasi nascoste. Seleziona angoli spiazzanti, scrutando la pianta da punti meno scontati rispetto alla frontalità scientifica. Proprio qui parte il gesto creativo di uno sguardo presente. In realtà la prima accelerata nasce con la selezione di piante dal Dna significativo, o semplicemente dalle forme che ridanno vertigini visuali. Una volta identificata la pianta (alcune sono quelle domestiche, altre dei rari esemplari tropicali), D.S. inserisce le protesi (fatte
costruire su suo preciso disegno) o accosta gli elementi contrastanti. Fotografa la sua composizione e si dedica ai passaggi elettronici. Finchè stampa il risultato finale e lo presenta sul muro. Sopra il bianco di spazi neutri, lungo pareti che narrano il futuro attorno a noi.

Gli innesti siamo noi…

Le piante siamo noi…

Il dolore della ferita è il nostro dolore…

 

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